FIORE DI MARZO - Bruco e Farfalla
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FIORE DI MARZO

Questa è una storia vera.
E’ la storia delle mie radici.
Dei miei bisnonni, Vincenzo ed Elena.
Di mio padre Mario e di nonno Nino.

In particolare, è la storia di nonna Vincenza, detta Cencia, a cui questo testo è dedicato.

Nel 1917, dopo la Disfatta di Caporetto, i miei bisnonni fuggirono dal Veneto con un carretto, per dirigersi oltre il confine occupato.
In quel tempo, la loro più grande preoccupazione era di mettersi al riparo, soprattutto perché aspettavano il loro primo figlio.

Così, una notte di novembre, decidono di lasciare di fretta la loro casa, i loro cari, e i pochi affetti personali.
Dopo cinque giorni di viaggio, raggiungono il quartiere di San Ruffillo, a Bologna.

Bussano ad una porta sconosciuta e, con un sentimento di pudore, titubanza e vergogna, chiedono ospitalità e rifugio.
Furono accolti da una famiglia di gran cuore, che diede loro ricovero e affetto.

A Bologna, in quei mesi da profughi, viene alla luce nonna Cencia, esattamente il 18 marzo 1918.

La sua, è una storia di nascita e di rinascita. Di una vita che si schiude tra i lutti e gli orrori della guerra. Una storia di coraggio e speranze.

Dopo l’Armistizio, la famiglia torna in Veneto, fra le macerie di quel resta della loro casa e la fame incalzante.

Nonna trascorre la gioventù in filanda, dall’alba al tramonto. Aiuta la famiglia e bada ai cinque fratelli minori.

L’undici maggio del 1940, sposa Ugo, detto “Nino”.
E’ l’incontro di due anime semplici che costruiscono un amore speciale.

In quello stesso mese, l’Italia entra in guerra, e la licenza matrimoniale sfuma.
Nonno è chiamato alle armi per andare a combattere con la “Brigata Julia” nella Campagna di Grecia e Albania.
In quei soli undici giorni di matrimonio, nonna rimane incinta.

Ho letto le lettere che le scriveva dal fronte, macchiate da strisce nere di censura.
L’ultimo bacio, era scritto sotto al francobollo.

Dopo quattro anni, nonno torna gravemente ferito e malato.
Gli va incontro una moglie e un bambino che vede per la prima volta. Mio padre.

Le sue condizioni sono critiche, e rimane in ospedale per quattro mesi. Sarà trasferito prima a Venezia, poi a Pordenone.
Nonna va a trovarlo tutti giorni con un pasto caldo, “così guarisce prima”.
Ogni mattina, col sole o con la pioggia, inforca la bicicletta, percorre chilometri e chilometri, sfidando gli eventi.
“Avevo gli aerei che mi volavano in testa. A volte mi nascondevo nei fossi per paura che mi lanciassero una bomba”.

L’Italia esce prostrata dalla seconda Guerra Mondiale. Gran parte del patrimonio nazionale è distrutto, e “sembrava che non ci fosse più un futuro”.
Così, nel 1952, nonno decide di partire per Thunder Bay, Ontario, Canada.
Nonna lo raggiunge nel gennaio del 1953, insieme a mio padre e a mia zia Elena.

Nonna mi ha raccontato che il giorno prima che partissero, non riuscivano a trovare mio padre e il mio bisnonno.
Li trovarono infine abbracciati in uno stanzino, seduti uno di fronte all’altro. Piangevano.

Sapevano che non si sarebbero più rivisti.

Il racconto del loro viaggio in Canada, è un’epopea di 23 giorni.
Salpano da Genova con la nave “Atlantic”.
Toccano Palermo, Gibilterra, e poi attraversano l’Atlantico fino ad arrivare ad Halifax.
Lì, rimangono fermi per dieci ore, seduti in una panchina, incapaci di pronunciare una sola parola in quella lingua a loro sconosciuta.
Aspettano il treno che li poterà “alla fine del mondo”.
E’ un treno con i sedili in legno, che avanza adagio per tre giorni e tre notti, e che li introdurrà nei gelidi inverni canadesi.

Nonna, in quegli anni, si rimbocca le maniche. Lavora come sarta, accudisce i figli, e scrive. Scrive ai suoi genitori lontani lunghe lettere su carta velina, perché anche le parole, allora, costavano care. Promette che prima o poi tornerà, ma lo farà quando ormai entrambi i genitori non ci saranno più.

Finalmente, agli inizi degli anni Sessanta, rientrano in Italia. Vanno a vivere prima a Milano, poi a Pordenone, e infine faranno ritorno nel paese d’origine, in Veneto.

La sua, è una storia bella, che mi piaceva raccontare.

E’ un omaggio alla vita, che si contrappone alla lotta per la sopravvivenza.
E’ un omaggio alla storia e a quello che ne è stato.
All’accoglienza dei fiumi di disperati che l’Emilia Romagna, insieme a tante altre regioni, accolse.

E’ un omaggio agli anziani e alla saggezza che custodiscono.

 

FIORE DI MARZO

A nonna Cencia

Fuochi nel cielo, il Piave è rubino
fugge un carretto dall’autunno assassino.
Vagan nell’ombra due tremuli cuori
oltre il confine degli invasori.

Mesto lo sguardo, fioco il bisbiglio
sfiorano un uscio, chiedon giaciglio.
Spuntano volti a schiuder la tana,
tendon la mano con sapienza emiliana.

Avanza il nemico, la linea si muove
probi quei giovani del ’99.
Tra croci e preghiere, un dì a primavera
il tuo primo vagito nella Dotta straniera.

Stella stellina, brillavi affamata
stringevi la vita ad ogni poppata.
Spente le fiamme, l’atteso armistizio
ritorno tra i cocci, acuto lo strazio.

Intanto crescevi a “bisi[1] e polenta,
sciupavi le mani andando in filanda.
Note stonate nell’ora più austera,
“Piccola Italiana” con la gonna nera.

Fiore di marzo dalla chioma di grano,
lunga la schiera a chieder la mano.
Ti colse un giovane dall’anima fina,
lui re, tu regina.

Greve e beffardo il vostro orizzonte
il tempo d’un bacio, la chiamata dal fronte.
Gonfio il tuo ventre, stretto il golfino
mentre partiva col cappello d’alpino.

Fu con la “Julia” per mari e per monti,
tornò ferito e malato di stenti.
Nello stanco Paese senza ormai più colore,
dritta la rotta ad una sorte migliore.

Giorni di sale e valigie in cartone,
di abbracci e qualche benedizione.
Radici lontane, mestizia aguzzina
fiumi di scritti su carta velina.

Donna ricurva di fili nel viso
muto il giudizio, sapiente l’avviso.
Nei labirinti hai scovato le porte,
tenendo la fune, abbracciando la sorte.

Danza animata è stata la vita,
porto sicuro la famiglia unita.
Lunghe e fiorite le tue primavere,
astro di giorno, faro le sere.

[1] “Bisi”, in dialetto veneto, piselli.

 

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