IL FUNERALE DI LILLO - Bruco e Farfalla
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IL FUNERALE DI LILLO

Al ritorno da scuola il pulmino ci lasciò all’inizio della strada di sassi, come al solito. Quando scendemmo, io e i miei fratelli contammo dieci passi fino a raggiungere il palo della luce che segnava la partenza.

 “Stavolta do io il via” disse Dario.

“Oggi tocca a me!” gli risposi con le mani ai fianchi e la testa inclinata.

“Aspetta che faccio il segno. Da qui, eh” puntualizzò Luca strisciando per terra con le scarpe luride.

Corremmo a perdifiato lungo quei cinquanta metri che ci separavano da casa, annusando polvere e libertà.

“Sei partito oltre la riga, non vale!” brontolò Dario.

“Sì, ho visto anch’io. Squalificato” aggiunsi.

Luca fece spallucce: “Bugiardi, non faccio più a gara con voi”.

Abitavamo in un paesino di campagna nella provincia trevigiana. Una chiesa, una piazza, una scuola: Dario era in prima elementare, io in seconda, e Luca in terza.

Quel giorno, quando aprii il cancello, sentii che c’era qualcosa di insolito. Salendo le scale, capii: “E Lillo?” dissi preoccupata.

“Vero! Infatti quando eravamo al palo della luce non ha abbaiato” constatò Luca. Dario curiosò nella cuccia. “Niente, non c’è”.

Entrammo in cucina senza neanche toglierci la cartella: “Mamma, hai visto Lillo?”.

Lei all’inizio mentì. Dopo mangiato, ci fece prima sedere sul divano, poi iniziò a prenderla alla larga, raccontandoci che si trovava in un posto speciale.

“E’ morto?” chiese Luca andando subito al sodo.

Lei scosse la testa: “Sì, stamattina l’ho trovato nel sottoscala. Se volete dargli un ultimo saluto, è ancora lì”.

Corremmo giù e ci inginocchiammo intorno al cane sperando che alzasse la testa a suon di dispetti, come tutte le altre volte. Invece rimase immobile.

“Poveretto, l’avrà colpito l’alabarda spaziale?” ci chiese Dario accarezzandogli la pancia.

Nessuno commentò, solo singhiozzi. Finito lo sfogo, Luca fu colto da un’improvvisa ispirazione: “Facciamogli almeno il funerale!”.
“Minimo!” risposi io.
“Ovvio” disse Dario.

Decidemmo di organizzare una degna sepoltura, ma per farlo ci serviva l’occorrente.

Così, ci venne l’idea di andare in cimitero a prendere “in prestito” qualcosa.

“Se la mamma ci scopre, saltano i cartoni” rispose Dario preoccupato.
“Le diciamo che stiamo andando a girini” suggerii.
“Eh, ma vede che torniamo puliti” notò Luca con astuzia.
Provai a rilanciare: “Le diciamo che stiamo andando a giocare a nascondino nel campo di pannocchie”.
Luca sbuffò: “Ma no, per andare in cimitero ci serve la bici. Il campo è qua dietro!”. Ci pensò un momento, poi trovò la soluzione: “Le diciamo che stiamo andando nella casa abbandonata a cercare ciliegie”.

Fummo tutti d’accordo e partimmo.

Percorremmo la nostra via fino al palo della luce, attraversammo la strada, e in venti pedalate arrivammo alla strada dei cipressi.
Davanti all’ingresso presi Dario per mano, e ci addentrammo con aria circospetta lungo la fila di sinistra. Luca andò, invece, nella direzione opposta.

Nel giro di cinque minuti la nostra titubanza svanì, e iniziammo con disinvoltura la caccia al tesoro.
Dario a un certo punto sparì, e quando andai a cercarlo, lo trovai con le braccia immerse nella vasca della fontanella, intento a far navigare alcune foglie.
“Torna subito qui!” gli dissi scocciata.
“Aspetta, è appena arrivata la nave dei pirati”.
“Vieni, ti ho detto”.
Finì la sua battaglia navale, poi trotterellò verso di me con un annaffiatoio fra le dita: “E questo lo portiamo via?” mi chiese tutto contento.
“Ce l’abbiamo a casa. Cerca i lumini, piuttosto.”
“Quanti ne prendo?”
“Eh, un po’”.
Mi raggiunse con andatura incerta, stringendo il bordo della maglietta traboccante di candeline.
Lo aiutai ad appoggiarle per terra e gli mostrai un angioletto di ceramica che avevo trovato sopra una lapide. Lo prese con delicatezza, lo girò, lo rigirò e con gli occhi incantati sussurrò: “Che bello”.

Mentre stavamo accantonando le reliquie sentimmo un suono alle nostre spalle: “Pst!”.
Feci finta di niente, sperando che non fosse rivolto a noi.
Seguì un bisbiglio: “Ehi, voi due, cosa ci fate, qui?”
Fui costretta a voltarmi. Davanti a noi c’era la nostra insegnante di catechismo che odiavamo all’unanimità.
Mi prese un colpo: “Signora Bertilla!” esclamai.
“La mamma sa che siete qui?” ci chiese maligna.
“Siamo venuti a salutare la nonna” balbettai mettendomi davanti al nostro bottino, in modo che non lo vedesse.
“Bravi, recitate anche qualche Gloria al Padre così lo ripassate. E non si corre in cimitero, avete capito?”.
Feci sì con la testa, e vidi Luca nascosto dietro a una lapide che se la stava ridendo e ci faceva le linguacce, il maledetto.
Bertilla se ne andò per i fatti suoi e in quel momento Dario fu colto da un istinto canaglia: tirò fuori la fionda dalla tasca, prese un sasso e la colpì alle gambe. Iniziammo a galoppare per nasconderci sentendola imprecare qualcosa sul castigo universale.
“Adesso per colpa tua andrà a fare la spia!” mi arrabbiai.

Tornammo indietro verso il nostro cumulo e poco dopo ci venne incontro Luca con due fasce viola appese al collo e un vaso di latta che teneva a mo’ di trofeo.
“E i fiori?” gli chiesi delusa.
Lui si guardò intorno, agguantò da una tomba un mazzo di margherite fresche e le ficcò dentro. Con fare accorto, esaminò il nostro mucchietto e disse: “Sì, c’è tutto, scappiamo”.

Sgusciammo verso l’uscita così carichi da non riuscire neanche a farci il segno della croce.

Davanti alle bici mi venne l’illuminazione: “E chi riesce a guidare con tutta questa roba?”.
Luca vide una provvidenziale borsina appallottolata sotto la sella di Dario: “Con quella!” disse indicandomela col dito.
“No, caro, quello è il mio paracadute” rispose stizzito Dario.
“Non fare storie, daccela e basta” disse Luca.
“No e no. Mi serve per sicurezza. E se cado? E se muoro?”.
Ci mettemmo un po’ a convincerlo ma alla fine ci prestò, a malincuore, il suo salvavita.

Arrivati a casa, sgattaiolammo in un angolo del garage a imbucare la refurtiva. Ci prendemmo anche la briga di coprire tutto con un sacco e terminata la fatica sentimmo il pericolo dietro di noi.
“Cosa state combinando?” ci chiese mia madre con voce inquisitoria.
Rimanemmo sospesi come statuine. Muti.
“Allora?” insistette aumentando il volume.
Ci voltammo con aria circospetta: era di fronte a noi con il battipanni in mano e lo sguardo da Attila.
L’omertà perdurò e quando venne a ispezionare, la situazione volse al peggio.
“Be’, questa poi!” ci disse incredula.
“E’ per il funerale di Lillo” ci giustificammo a turno.
“Delinquenti, siete solo dei delinquenti!”
“Lo faremo domani dopo la scuola. Sei invitata, se vuoi” disse Luca cercando di rabbonirla.
Le si gonfiò la vena sul collo: “Riportate indietro ogni cosa. Subito! E poi faremo i conti”.
“Possiamo tenere almeno l’angioletto?” chiese Dario serafico.
L’aria frusciò e in un nano secondo ci ritrovammo a pedalare alla velocità della luce col sedere che ci bruciava.
“Quella strega della signora Bertilla è andata a spifferare tutto” dissi con rabbia lungo il tragitto.

Restituimmo ogni singolo oggetto, anche se a dire la verità li sparpagliammo in giro senza grandi rimorsi.

Il giorno dopo, al rientro da scuola, la nostra gara di velocità fu più triste del solito. Arrivati davanti al palo, realizzammo che non avremmo mai più sentito Lillo abbaiare. Ma continuammo a correre perché in palio c’era un premio allettante.
Toccò a Dario dare il via, e ce la giocammo io e Luca. Fortuna volle che poco prima dell’arrivo, scivolò.
“Prima!” gongolai “Faccio io il prete!”
“Non puoi, sei una femmina” cercò di persuadermi.
Ci raggiunse Dario, che con disinvoltura disse: “ultimo!”.

Non appena mettemmo piede in cucina, notammo che sopra la credenza c’era una confezione di candele nuove di zecca e un vaso con dei fiori. Nessuno fiatò, fino a che la mamma disse: “Papà ha fatto la buca sotto l’albero. Potete sotterrarlo lì”.
“E la bara?” chiese Dario imperturbabile.
Mia madre improvvisò: “Beh, vi darò la mia vecchia scatola degli stivali”. Poi aggiunse: “Vi ho comperato quello che vi serve, è tutto lì sopra”.
Per un attimo ci illudemmo che si fosse dimenticata della punizione, ma la speranza svanì di lì a poco perché specificò “E comunque non mi sono scordata di quello che avete combinato ieri, eh! Ne riparleremo più tardi”.
Ci guardammo perplessi ma i preparativi ci distolsero dalla preoccupazione.
Feci l’elenco: “Allora, i fiori ci sono, le candele anche. Cosa ci manca?”
Luca alzò gli occhi al cielo, picchiettò l’indice sul tavolo due o tre volte e disse: “L’acqua per benedire!”.
Prendemmo una scodella, aprimmo il rubinetto e aggiungemmo anche il sale, vai a capire perché. Forse pensammo che nei cristalli fosse contenuto lo Spirito Santo, chissà.
Luca tornò all’attacco: “Faccio io il prete!”
“No, la gara l’ho vinta io!” insistetti alzando la voce.
“Ma fai la suora, no?” gridò più forte.
“Conto fino al tre” disse mia madre minacciosa dall’altra stanza. “Uno, due…”.
“Tre!” continuò Dario impassibile.
Ci voltammo di scatto verso di lui mostrandogli l’indice sulla bocca.
“Chi è che fa lo spiritoso? Adesso arrivo” disse mia madre con tono severo.
Calò il silenzio.

Luca non si diede per vinto e mi disse sottovoce: “Allora facciamo pari o dispari”.
Il rischio che saltasse il funerale per colpa sua era enorme. Cedetti ma me ne pentii subito dopo. Vinse lui ed esultò con una gioia silenziosa che mi fece venire il nervoso.

Alla fine io portai la bara, Luca fece il prete e Dario il chierichetto.
La cerimonia si svolse all’ombra del tiglio con tutti i riti del caso. Il “sacerdote” officiò la messa e la bara fu aspersa con l’acqua santa. Ricordammo a turno il defunto e infine ci fu la sepoltura. La funzione terminò con il lancio dei petali e quando mia madre si accorse che avevamo raso al suolo i suoi gerani venne giù il finimondo.

Il castigo giunse puntuale: per un mese ci obbligò ad andare tutti i pomeriggi a casa della signora Bertilla. Grassa di piacere, la megera si divertì a torturarci con le litanie dei santi per chiedere perdono al Signore. Ma l’Atto di Dolore no, quello proprio non lo imparammo mai.

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