LA PAROLA CHE NON C'E' - Bruco e Farfalla
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LA PAROLA CHE NON C’E’

Siamo seduti in questo vecchio divano sciupato e con addosso l’imbarazzo degli sconosciuti.
I posti sono quelli di una volta: distanti.
Prima di entrare ho suonato il campanello.  Ho chiesto anche “permesso”.
Sei venuto alla porta e ti ho seguito in cucina, due passi dietro di te.
Mi hai versato il caffè con la mano incerta nella tazzina del servizio buono.
Poi siamo arrivati in salotto a fingere di dirci qualcosa.
“Hai mangiato?” mi chiedi continuando a guardare la televisione.
“Sì” ti rispondo torturandomi le unghie.

Una pausa, e con un sospiro consumi la seconda domanda che hai in tasca: “Stai bene?”.
“Sì, papà, tutto bene” sussurro afflitta da questo copione sempre uguale.
“Ho fatto un incidente” sto pensando “ma non te l’ho detto perché non volevo disturbarti”.

La tapparella è abbassata, l’orchidea sul davanzale è appassita.
C’è odore di chiuso, qui dentro, e mi sento soffocare.
Ma ci sei tu e nell’ombra cerco l’aria che mi basta per restare con te.

Mi sto concentrando per mettere insieme un pensiero ma non mi viene in mente niente.
Tu nel frattempo tossisci, cambi canale e sospiri.
La mia gamba trema e noto che anche la tua lo fa.
Quel brusio di sottofondo mi disorienta ma non te lo dico altrimenti dovrei fare i conti col silenzio.

Guardo il cavallino a dondolo che mi hai regalato un Natale e che non hai ancora buttato via.
Vorrei sapere se lo riesci a vedere, ogni tanto.
Sto pensando che è meglio che non te lo chieda.
Inspiro.

Sulla mensola c’è una vecchia fotografia che conosco a memoria: siamo io e te di profilo.
Nella manina stringo una margherita che sto per darti. L’hai presa, quella volta?
Mi mordo le labbra e cerco di inghiottire il tormento.
Chissà se riuscirò a trovare un argomento, a farmi venire un’idea per entrare da te, per perdonare me.

Ho una parola in gola ma muore dentro.

Il fatto è che io non so come funzionino queste cose. Non so bene come comportarmi e quale sia il modo giusto per accendere un sentimento.
Tu hai almeno tre domande da fare. E io? Beh, io non lo so.

Forse dovrei proporti di fare qualcosa. Qualcosa di semplice che non ci faccia barcollare oltre il buio che già c’è.
Proverò a spazzolare l’imbarazzo e magari ti chiederò di uscire. Ma ho bisogno di pensare dove potremo andare.
Sarebbe meglio un posto a portata di mano così se non sapremo cosa dirci, torneremo indietro più in fretta.

Mi dirai di sì? Reggerò il tuo no?
Se mi dirai di no, ti saluterò con un sorriso bugiardo.
Se mi dirai di sì, nasconderò l’emozione abbassando lo sguardo.
Ovunque andremo, mi piacerebbe che guidassi tu, e anche se in macchina mi farai ascoltare Luigi Tenco, pazienza.

Un aperitivo sarà troppo?
Potremo fare un tentativo e vedere come va.
Ci sentiremo a disagio e saremo anche un po’ goffi, ma potremo sempre sbirciare quello che fanno gli altri e magari ci verrà un’idea.
Faremo anche noi un cin cin, senza far troppo rumore.

Poi con una scusa ti potrei accompagnare a prendere una camicia della taglia giusta.
Tu la sceglierai bianca. Io ti suggerirò quella azzurra, così tanto per cambiare.
E quando usciremo dal negozio, da come farai dondolare la sporta capirò se sei contento.

Ma siamo seduti ancora qui, e ho il caos in testa.

Il film sta per finire e sento che il tempo sta per scadere.
Prima di azzardare una proposta, forse è meglio che rifletta bene. Aspettami, solo un momento.
Lo farò quando partirà la sigla, in quell’attimo in cui tutto torna realtà.

Mi sta salendo l’agitazione e adesso la saliva mi riempie la bocca.
Stanno scorrendo i titoli di coda.
Ecco, ci siamo.
Respiro, e quando finalmente sto per dirti qualcosa, mi precedi con la terza domanda di sempre: “Andiamo in cimitero a trovare la mamma?”.

Allora ti guardo, alzo le spalle, accenno quell’eterno “sì” ma rimango sospesa ad aspettare di dirti anche qualcos’altro.
Di far uscire quella parola che ancora non c’è.

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