PUNTATA 3: L'attesa - Bruco e Farfalla
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PUNTATA 3: L’attesa

Dietro l’attesa, c’è tutto: il permesso gratuito di evocare un bel viso o di dialogare con un’ombra“. D. Blondeau

 

“E dai, chiamalo!” sbottò Nora stanca dell’umore ballerino dell’amica.

“Se vuole mi chiama lui” sibilò Sveva a denti stretti fissandola con occhi glaciali.

“Sei ruvida. Concedigli di conoscerti per quella che sei”.

Erano passate due settimane da quel bacio a mani intrecciate e da allora non si erano più sentiti.

“Ho smesso di prendere io l’iniziativa”.

“Quanto la fai lunga…” sbuffò Nora spazientita.
“Dovrei forse correre dietro agli uomini come fai tu?”.

Vaffanculo Sveva!” sbottò Nora offesa.

A Sveva Leo era piaciuto. Ma stavolta aveva deciso di fare diversamente. Anzi, aveva deciso di non fare proprio niente.
Chiaro, il desiderio di sentirlo c’era”

“Lo chiamo? Dai, gli mando solo un messaggio” suggeriva la voce del demonio.
Ma alla fine prevaleva il no in mezzo a tanta forza di volontà.

Per non cadere in tentazione, si era armata di disciplina e sport, lavoro e appuntamenti. Nonostante tutto l’ansia non si spostava di un millimetro.

Era il silenzio il problema. Quel silenzio che voleva dire tutto e nulla.
Era il non sapere.
Era la curiosità cieca di un sì o di un no in mano a qualcun altro. Come se il procedere della vita fosse dipeso dalla ruota della fortuna.
Solo a fine giornata riusciva ad abbandonarsi al ricordo di quella serata che sapeva di miele.
Se lo concedeva solo per un attimo poco prima di addormentarsi.

“Si, è vero, mi piace. Ma c’è qualcosa che non mi convince. Dov’è la fregatura?” continuava a borbottare tra sé e sé.

“Che scema! Come ho fatto a non pensarci? E’ fidanzato e non me l’ha detto, il codardo! Dovevo immaginarlo”.

Senza accorgersi si ritrovò a casa di Mario.

“Sveva!” la salutò Mario arrossendo e sorridendole con lo sguardo.

Sveva e Mario si erano conosciuti ad un corso di cucina dieci anni prima. Era legata a quel ragazzo mite, dalle parole contate e i pensieri infiniti.

Mario viveva in un mondo tutto suo ed era capace di rimanere per giorni chiuso in casa senza accorgersi del tempo che passava.

Sveva era affascinata dalla linearità dei ragionamenti di Mario e lui è dall’energia di Sveva, da quegli occhi pieni di sole.

“Perché mi sento così in bilico?” gli chiese affranta e mostrando finalmente le sue fragilità.
“Perché ti piace” le sussurrò seduto sulla sedia a gambe incrociate e assorto con lo sguardo sul pavimento.
Poi, fissandola per un istante le disse quasi bisbigliando: “credo sia un bene che tu non lo chiami, sai?”.
Sveva trasalì e rispose d’istinto: “Se non lo chiamerò io credo che non lo sentirò mai più”.
“Non credo. Ma se accadrà avrai sempre il ricordo di una bella serata …”.
“Che cinico che sei!” disse alzando via via la voce. “Comunque il fatto che non si sia fatto vivo in tutti questi giorni mi fa sentire … insignificante. Una schifezza, ecco!”.

“Io che ti conosco so che non è così”.

Mentre Mario parlava, Sveva maneggiava compulsivamente il telefono. Accendeva lo schermo, lo rispegneva, lo appoggiava al tavolo, per poi rimaneggiarlo.

Sconsolata aggiunse: “se non mi ha chiamata fino ad ora figurati quanto gli interesso!”.

“Sveva, datti valore. Da uomo posso dirti che quando una donna si fa un po’ desiderare incuriosisce di più! Dai, mi vesto e usciamo. Chiama Nora mentre mi preparo”.

Quando Sveva fece per comporre il numero dell’amica, si accorse che il era arrivato un messaggio.

Era di Jo.

 

 

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