PUNTATA 3: L'attesa - Bruco e Farfalla
1461
post-template-default,single,single-post,postid-1461,single-format-standard,bridge-core-1.0.5,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-18.1,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.2,vc_responsive

PUNTATA 3: L’attesa

Dietro l’attesa, c’è tutto: il permesso gratuito di evocare un bel viso o di dialogare con un’ombra“. D. Blondeau

 

E dai, chiamalo!” – sbottò Nora stanca dell’umore ballerino dell’amica.
“Se vuole mi chiama lui” – sibilò Sveva a denti stretti fissandola con occhi glaciali.
“Sei ruvida, concedigli di conoscerti per quella che sei”.

Erano passate due settimane da quel bacio a mani intrecciate, e da allora Sveva e Jo non si erano più sentiti.

“Ho smesso di prendere io l’iniziativa”.
“Quanto la fai lunga…” – sbuffò Nora spazientita.
“Dovrei forse correre dietro agli uomini come fai tu?”.
“Vaffanculo Sveva!” – sbottò Nora offesa.

A Sveva, Leo era piaciuto. Ma stavolta, aveva deciso di fare diversamente. Anzi, aveva deciso di non fare proprio nulla.
Chiaro, il desiderio di sentirlo c’era.
“Lo chiamo? Dai, gli mando solo un messaggio” – suggeriva la diabolica voce silente.
Ma alla fine prevaleva il no, in mezzo a tanta forza di volontà. Per non cadere in tentazione, si era armata di disciplina e sport, lavoro e appuntamenti. Nonostante tutto, l’ansia non si spostava di un millimetro.

Era il silenzio il problema. Quel silenzio interposto, che voleva dire tutto e nulla. Era il non sapere. Era la curiosità cieca di un sì o di un no in mano a qualcun altro.
Come se il procedere della vita fosse dipeso dalla ruota della fortuna.
Solo a fine giornata, Sveva riusciva ad abbandonarsi al ricordo di quella serata che sapeva di miele. Se lo concedeva solo per un attimo, poco prima di addormentarsi.
Poi, tornava alla pubblica indifferenza e alla privata inquietudine.

Vagò tutto il pomeriggio con l’animo scaravoltato e il cervello parlante che galoppava.

“Si, vero, mi piace. Lo ammetto, sì. Ma c’è qualcosa che non mi convince. Dov’è la fregatura?”.
“Come ho fatto a non pensarci? E’ fidanzato! Non me l’ha detto, il codardo! Dovevo immaginarlo. Meglio così, và”.

Senza accorgersi, si ritrovò a casa di Mario.

“Sveva!” – la salutò Mario arrossendo mentre trafficava in giardino ancora in pigiama.
“Ti sei svegliato adesso?” – le rispose Sveva sgranando gli occhi.
“No, è che oggi non aspettavo nessuno”.

Sveva e Mario si erano conosciuti ad un corso circa dieci anni prima. A dire il vero era stata Nora a legare con lui per prima, ma era stata poi Sveva a coltivare maggiormente quell’amicizia.
Mario era un ragazzo mite, dalle parole contate e i pensieri infiniti.
Aveva un’indole solitaria, e anche quando le due amiche riuscivano a trascinarlo da qualche parte, in pochi si accorgevano della sua presenza.
Viveva in un mondo tutto suo dentro al quale investigava sugli aspetti sottili dell’universo.
Era capace di rimanere per giorni chiuso in casa senza accorgersi del tempo che passava.

Sveva amava la linearità dei ragionamenti di Mario, e lui era affascinato dall’energia di Sveva, da quegli occhi pieni di sole, intensi come i prati dopo una pioggia d’agosto.
“Perché mi sento così in bilico?” – disse Sveva affranta e mostrando finalmente le sue fragilità.
“Eh, perché ti piace” – le sussurrò Mario seduto sulla sedia a gambe incrociate e assorto con lo sguardo al pavimento.
Poi, fissandola per un istante, le disse quasi bisbigliando– “credo sia un bene che tu non lo chiami, sai?”.
Sveva trasalì e rispose d’istinto: “Ho paura che se non lo farò, non lo sentirò mai più”.
“Non credo, ma se accadrà, avrai sempre il ricordo di una bella serata …”
Che cinico che sei!” – disse Sveva alzando via via la voce “comunque, il fatto che non si sia fatto vivo mi fa sentire … insignificante, piccola, ecco!”
“Questo è quello che tu pensi di te stessa” – disse Mario pacato – “e io che ti conosco, so che non è così”.

Mentre Mario parlava, Sveva maneggiava compulsivamente il telefono. Accendeva lo schermo, lo rispegneva, lo appoggiava al tavolo, per poi rimaneggiarlo.

Sconsolata aggiunse: “Se non mi ha chiamata fino ad ora, figuati quanto gli interesso”.
“Sveva, datti valore. Da uomo posso dirti che quando una donna si fa un po’ desiderare, incuriosisce di più!”.
“Forse nell’Ottocento!” .
“Dipende da che tipo di relazione hai in mente” – disse Mario – “se vuoi un rapporto mordi e fuggi, allora chiamalo”.
“Grazie. Ho bisogno di sapere che sto facendo la cosa giusta” – disse Sveva confortata. “Ma dimmi di te…”
“Cosa?” – rispose Mario con un filo di voce.
“Uffa! Possibile che debba sempre tirarti fuori le parole di bocca?”.
“Ma no. No.” – rispose lui abbassando gli occhi.
“Mario, non puoi restare chiuso qui dentro per sempre! Il mondo non è finito, cerca di andare oltre a quello che ti è capitato!”
“Eh, facile a dirsi… mi vedi così male”?
Sembri un’eremita! Ma ti sei guardato allo specchio?”.
“Perché?”.
“Perché sembri un barbone, ecco perchè! Sono le sei del pomeriggio e hai ancora addosso il pigiama. Ti sembra normale?”.
“Mhhh” – e riabbassò lo sguardo.
“Facciamo che io e te adesso usciamo e torniamo alla civiltà” – disse Sveva facendogli l’occhiolino.
“No, è meglio che…” – cercò di dire Mario.
“Vai a farti una doccia che intanto chiamo Nora” – lo spronò Sveva con fare deciso “E sbrigati!”.

Mario si alzò di malavoglia, e con andatura lenta andò a prepararsi.
Quando Sveva prese il telefono per chiamare Nora, si accorse che il era arrivato un messaggio.

Era di Jo.

No Comments

Post A Comment